INCHIESTE

COVID-19. IL MONDO COME LA CINA: IL SOGNO DELLE MULTINAZIONALI

Bassi salari e controllo sociale. È il gigante asiatico il modello di ciò che sarà?
Per i suoi abitanti era il Regno di Mezzo, quello governato dai Qin: la dinastia che travolse i feudi Zhou e creò la prima amministrazione burocratica non ereditaria

Qin: “Cina”, il nome per il resto del mondo. Oltre duemila anni fa, nacque lo Stato nazionale destinato a dominare il nostro futuro. “Siamo alla vigilia di un gigantesco sviluppo industriale: il commercio raggiungerà proporzioni enormi, fra cinquant’anni vi saranno da noi molte Shanghai” (1). Sun Yat-sen non era un veggente, ma colui che per primo riuscì a rovesciare l’Ordine Celeste rimasto immutato per decine di secoli. 1912: la Repubblica di Cina ebbe vita breve, ma innescò ciò che poi si sarebbe materializzato appena trentasette anni più tardi, dopo ben due guerre mondiali.

Quando Mao Zedong si prese il Regno di Mezzo, era il 1° ottobre 1949. Il Comitato centrale del partito comunista indicò la Via: “è cominciato il periodo in cui si deve lavorare dalle città verso la campagna e dalle città si deve dirigere la campagna” (2). Proprio dall’universo contadino è nata la Cina degli Imperi e la Cina delle Rivoluzioni: ed è grazie all’infinito esercito di riserva del contado, che la Cina è divenuta oggi la fabbrica del mondo.

Le “molte Shanghai” pronosticate da Sun Yat-sen, riformulate da Lenin quali “centri con milioni di abitanti, di ricchezza capitalistica e di indigenza e miseria proletaria”(3), sono realtà.

La teoria del “diventare ricchi per primi” di Deng Xiaoping è risultata vincente: le rivolte di operai, studenti ed intellettuali contro le politiche neoliberiste del governo che aprirono il mercato, vennero sedate nel sangue. È ciò che in Occidente indichiamo retoricamente e democraticamente con “Tienanmen”. Secondo la giornalista e scrittrice Naomi Klein: “fu lo shock del massacro a rendere possibile la shockterapia” (4), suggerita dal consulente governativo Milton Friedman. Ciò “trasformò la Cina in un’enorme fabbrica per lo sfruttamento della manodopera, la meta preferita da quasi tutte le multinazionali del pianeta. Nessun altro Paese offriva condizioni più convenienti: tasse e tariffe basse, funzionari corruttibili e, soprattutto, abbondante forza lavoro sottopagata che per molti anni avrebbe esitato a richiedere salari più decenti o semplicemente le minime tutele di sicurezza, per paura di violente rappresaglie”.

Avanti Coronavirus (da ora in poi a.C.), sgretolatisi il muro di Berlino, l’Unione Sovietica, e nato il Mondo Nuovo dove l’Oriente produce e l’Occidente consuma, è la Cina che, inevitabilmente, rimodella gli equilibri. Il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (2001) grazie all’amministrazione Clinton ed il ruolo di locomotiva mondiale assegnatogli dalla presidenza di G.W. Bush nel bel mezzo della pandemia finanziaria post Lehman Brothers, hanno trasformato la Superpotenza asiatica in un Impero molto diverso da quello dei Qin, isolato nel Regno di Mezzo, oltre duemila anni fa.

Dopo il G20 di Washington del 2008, Hu Jintao attuò investimenti ed opere pubbliche in disavanzo per 586 miliardi di dollari, trattenendo comunque in cassa 2 trilioni di riserve in valuta estera. È la Cina, rimasta illesa, che riesce ad evitare il crollo dell’economia globale e a trainarla appena fuori dalle secche della grande recessione.

Poco più tardi, il nuovo presidente Xi Jinping decantò il “sogno cinese”: dopo oltre due secoli modellati dall’industrializzazione dell’Ovest, la vita terrestre non sarebbe stata più la stessa. Mentre la Via della Seta era la selva delle arterie commerciali tra l’Impero cinese e quello romano, la Nuova vorrebbe abbracciare l’Eurasia, ciò che il diplomatico britannico John Halford Mackinder chiamava “Heartland”: il Cuore della Terra.

“Noi aspiriamo ad un mondo aperto – aperto alle idee e allo scambio di idee e allo scambio di beni e persone – un mondo in cui nessun popolo grande o piccolo che sia dovrà vivere in rabbioso isolamento” (6), così declamò il presidente americano Richard Nixon. La persona incaricata per aprire la Via tra Washington e Pechino fu Henry Kissinger, suo Consigliere per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato: un grande tessitore, un uomo che ha attraversato la Storia e i circoli ristretti che la dirigono.

Non fu certo casuale, il plauso che indirizzò a Deng Xiaoping per aver sferrato il pugno di ferro contro la rivolta popolare nell’enorme Tienanmen: “nessun governo avrebbe tollerato che la piazza principale della nazione fosse occupata per otto settimane da decine di migliaia di dimostranti. Una reazione violenta era dunque inevitabile”

Troppo spesso, chi sta in alto confonde il libero mercato con la democrazia. E negli ultimi decenni, ogni élite politica occidentale che si è alternata al comando, sia stata essa neoconservatrice o liberale ha contribuito, a suo modo, ad edificare ciò che proprio il realista Kissinger definisce Ordine Mondiale.

Nessun complotto, esistono interessi: è l’ex diplomatico statunitense che, dalle colonne del Wall Street Journal, ci indica la Via del dopo Corona (da ora in poi d.C.): “nessun paese, nemmeno gli Stati Uniti, può, in uno sforzo puramente nazionale, superare il virus. Affrontare le necessità del momento deve essere alla fine abbinato a una visione e a un programma di collaborazione globale.”

In realtà, “la storia del capitalismo è la storia del processo di formazione del mercato mondiale” (9): così, il filosofo Domenico Losurdo decifrava la nostra epoca. E Kissinger stesso, ribadisce che nel d.C. si dovranno “salvaguardare i principi dell’Ordine Mondiale liberale”, con ogni mezzo: “sicurezza, ordine, benessere economico e giustizia”.

E la nostra libertà? L’ex Segretario di Stato di Nixon, sembra averla dimenticata, soprattutto se “le democrazie del mondo devono difendere e sostenere i loro valori illuministici”.

Eppure, la libertà individuale lo è: un diritto assoluto e naturale, prima ancora di ciò che è determinato dalla Storia.

“Dobbiamo sviluppare nuove tecniche e tecnologie per il controllo dell’infezione e vaccini adeguati per le grandi popolazioni. Le città, gli stati e le regioni devono prepararsi costantemente a proteggere la loro popolazione dalle pandemie attraverso lo stoccaggio, la pianificazione cooperativa e l’esplorazione alle frontiere della scienza (12)”. Kissinger ripete oggi, ciò che i presidenti G.W.Bush e Barack Obama già avvistavano nel 2005 e nel 2014.

Pandemie: ecco che d’improvviso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), si aggiunge alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale, alla Nato e all’Unione Europea per la gestione e la risoluzione delle crisi. Risoluzione, ma anche omologazione e integrazione delle politiche adottate per il superamento delle criticità e dei fenomeni emergenziali che scoppiano ciclicamente in ogni regione del globo.

Un Oms fortemente criticato dagli Stati Uniti, accusato di aver coperto la Cina nella gestione iniziale dell’epidemia nata a Wuhan.

Un Oms “filo-cinese”: ecco che il governo di Washington gli toglie i finanziamenti. Non solo: l’America non parteciperà agli sforzi internazionali per il progetto vaccinale legato alla battaglia contro il Covid-19, che invece è fortemente caldeggiato da Francia e Germania.

Barack Obama lasciò proprio alla Germania le redini della globalizzazione, poco prima dell’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump e del suo “Make America Great Again”.

Obama e Merkel, giurarono assieme fedeltà ad un certo Ordine facendo promessa solenne: “non ci sarà un ritorno a un mondo prima della globalizzazione. È fondamentale dare una forma alla globalizzazione partendo dalle nostre idee e dai nostri valori”

Anche nel 2017, proprio il giorno successivo al fallimentare G7 di Taormina, la cancelliera tedesca fu molto chiara: “i tempi in cui potevamo contare completamente sugli altri, sono finiti: noi europei dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani, dobbiamo combattere per il nostro futuro in quanto europei, per il nostro comune destino”.

Quindi, nonostante la Brexit di Boris Johnson, nato a New York ma adesso premier del Regno Unito, l’integrazione europea non si ferma. Ed è soprattutto la potenza regionale tedesca, a voler spingere i paesi del sud all’accettazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), una sorta di Fondo Monetario Internazionale Made in Europe costruito per accelerare l’unità politica ed economica del vecchio continente, quasi non curante dei dazi di Donald Trump nei confronti della Superpotenza asiatica.

“In Germania e in Europa vogliamo smantellare tutte le catene di approvvigionamento globali interconnesse – ad esempio il fatto che anche i dispositivi Apple siano fabbricati in Cina – a causa di questa competizione economica? Secondo me, il completo isolamento dalla Cina non può essere la risposta” (15). Così Frau Merkel al Financial Times, appena quattro mesi fa.

Oggi, mentre gran parte dell’economia terrestre è in lockdown e quattro miliardi di persone sono confinate in casa, i colossi del cyberspazio macinano affari d’oro.

Forse, è anche per questo che Donald Trump ha fatto molta fatica a fermare l’America, anzi si sono mossi prima i vari governatori degli Stati Federali. D’altronde, non tutti i potenti di casa nostra, hanno gli stessi concreti interessi di Wall Street, City of London e Francoforte.

Quotidianamente, bastano i nostri occhi per constatare come una certa economia stia affondando, mentre un’altra, infinitamente più potente, stia volando. Da ciò che era reale, a ciò che ormai è digitale.

La Storia non mente mai, e l’Impero americano ormai in declino, sembra la Grecia antica: dove Atene era democratica, imperialista e cosmopolita, mentre Sparta oligarchica e nazionale.

Non a caso, l’attuale amministrazione americana, nata sotto il segno del reaganiano “fare l’America di nuovo grande”, è osteggiata abbastanza vistosamente da un certo establishment. Il presidente – imprenditore ha lavorato in questi anni per proteggere l’economia del paese: limitando l’immigrazione, rinegoziando trattati internazionali e iniziando un progressivo ritiro da zone di guerra. Trump, mentre supporta pubblicamente i lavoratori che in Michigan, Minnesota e Virginia manifestano contro il lockdown delle fabbriche, scrive ai suoi sostenitori: “l’America è sotto attacco, non solo di un nemico invisibile, ma anche dei cinesi”

“Il 25 aprile 2020 segna il 75° anniversario dello storico incontro tra i soldati sovietici e americani, che si strinsero la mano su un ponte danneggiato sul fiume Elba. Questo evento fu il preludio della sconfitta decisiva per il regime nazista“(17), così un comunicato congiunto di Donald Trump e Vladimir Putin, in una data simbolica per l’intera Europa che fu, poco prima che si scatenasse la Guerra Fredda. Un qualcosa che il presidente Usa ha da tempo inaugurato sia con Berlino (e quindi con la Ue) che con Pechino. L’obiettivo? Contenere gli altri due giganti dell’export e della globalizzazione: Germania e, soprattutto, Cina. Ed è proprio la fabbrica del mondo, mentre le altre grandi economie brancolano ancora nelle nebbie del Covid-19, ad aver riacceso i motori dopo aver rimpolpato le proprie riserve strategiche di greggio a bassissimo costo. Fatto il pieno, il Dragone è già ripartito: rafforza la propria economia nazionale e si concentra sulla digitalizzazione forzata del lavoro grazie alle autostrade ultraveloci a 5G.

È almeno dal giugno 2014 che la Superpotenza asiatica accumula i dati individuali del popolo in un enorme archivio informatico: un sistema di social credit system costruito grazie alla capillare diffusione degli smartphone, quindi alla geolocalizzazione, quindi al riconoscimento facciale incrociato coi dati provenienti dalle telecamere di sicurezza diffuse in ogni dove. Ciò si traduce in controllo e condizionamento sociale di massa. Ogni cittadino è protagonista di un immenso gioco a premi, con cui il governo sceglie arbitrariamente vincitori e vinti: soltanto chi merita e chi è ritenuto affidabile avrà prestiti o mutui, diritto agli spostamenti, migliori opportunità di lavoro. E anche in epoca Covid-19, tutto dipende dal colore che appare sul telefonino di ognuno: “chi è verde è libero di muoversi e va a lavorare, chi è giallo non può farlo e, a seconda della temperatura o dei sintomi, deve rispettare graduali restrizioni di movimento o isolarsi in casa; chi è rosso è contagioso e deve stare nelle quarantene oppure in ospedale”

Assomiglia proprio allo stile cinese, la nostra gestione dell’emergenza Covid-19: dalle norme sul distanziamento sociale, alle misure di restrizione delle libertà personali e di circolazione. E tra pochi giorni, anche gli italiani avranno a disposizione “Immuni”, l’App da installare sul proprio cellulare per scovare i contagiati.

Come confessa candidamente il frontman dell’Oms, tal Bill Gates: “il genere umano non ha mai avuto un compito più urgente della creazione di un’ampia immunità per il coronavirus. Realisticamente, se vogliamo tornare alla normalità, dobbiamo sviluppare un vaccino sicuro ed efficace. Dobbiamo fare miliardi di dosi, dobbiamo farle arrivare in ogni parte del mondo, e abbiamo bisogno che tutto questo avvenga il più rapidamente possibile. Sembra scoraggiante, perché lo è. La nostra fondazione è il più grande finanziatore di vaccini al mondo, e questo sforzo rende insignificante qualsiasi cosa su cui abbiamo lavorato prima. Richiederà uno sforzo di cooperazione globale come il mondo non ha mai visto. Ma so che sarà fatto. Semplicemente non ci sono alternative. ”

“Il Capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia”, sosteneva l’economista austriaco Rudolf Hilferding. E forse è proprio la Cina il modello di società ideale scelto dalle multinazionali: bassi salari e, quindi, obbligato controllo sociale. Un Impero governato dalla tecnoscienza. Dal “sogno americano”, al “sogno cinese” del presidente Xi Jinping, degno erede della dinastia Qin, oltre duemila anni dopo.

Un Nuovo Ordine Mondiale destinato a sorreggere l’Ordine Celeste, quello degli illuminati che fanno la Storia, o che la servono, mentre usano lo Stato – Nazione prescelto, colui che guida, e che dà l’esempio di come si governano le società degli uomini.

Ancora oggi, ormai ultranovantenne, l’ex Segretario di Stato di Richard Nixon incontra in via ufficiale le massime autorità di quello Stato, che a suo tempo era stato ricostruito da Sun Yat-sen come repubblica democratica. Così, Henry Kissinger ci ha recentemente raccontato il suo viaggio a Pechino più importante: “quando il primo ministro Zhou Enlai e io approvammo il comunicato che annunciava la visita segreta, egli disse: “Questo scuoterà il mondo”. Che grande vittoria sarebbe, se, quarant’anni dopo, gli Stati Uniti e la Cina unissero i loro sforzi non per scuotere il mondo, ma per edificarlo.

Tutto il resto è per noi, il popolo: dopo gli arresti domiciliari, la libertà vigilata.


Fonte: Jacopo Brogi per Come Don Chisciotte

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