MAFIA

BENI CONFISCATI, E POI?

Solo il 4% dei beni confiscati è stato destinato al riutilizzo. Le criticità di uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla mafia che vanificano il potenziale di una normativa unica al mondo

È l’alba del 25 maggio 2011. Diverse auto dei carabinieri si fermano di fronte a una villa in via Cupa dell’Arco, arteria principale del quartiere di Secondigliano nella periferia nord di Napoli. Sono lì per infliggere l’ultimo colpo a Paolo di Lauro, meglio noto come “Ciruzzo ‘o milionario”, uno dei più feroci boss della Camorra. Tra droga, armi e racket, per un quarto di secolo è stato al vertice di un sistema criminale che fruttava milioni di euro al mese e che aveva trasformato Scampia e Secondigliano nella piazza di spaccio più grande d’Europa. I militari sono accompagnati da un amministratore giudiziario. C’è infatti da notificare la confisca della villa, da sempre quartier generale di Ciruzzo. È la definitiva “vittoria dello Stato sulla mafia”, slogan che spesso accompagna, non a torto, l’acquisizione da parte delle istituzioni di proprietà simbolo dei boss mafiosi. Il boss però non c’è, è in carcere a scontare tre ergastoli, isolato in regime di 41-bis. Ad andare incontro a Luca D’Amore, l’amministratore che da lì in poi dovrà trovare un futuro alla villa per conto dello Stato, è invece la moglie di Ciruzzo. Tiene il braccio a mezz’aria mentre gli si avvicina, il mazzo delle chiavi di casa sospeso tra indice e pollice di fronte a lei. Glielo consegna di fretta e senza fermarsi. «Tenga Dotto’…», sorride con un angolo della bocca, «che tanto abbiamo costruito la casa di fronte».

Non è tutto oro quello che luccica nella gestione dei beni confiscati alle mafie. Le parole della moglie di Paolo di Lauro ben riassumono una delle criticità che l’istituto della confisca dei beni mafiosi ancora trascina con sé. Dal sequestro alla confisca possono infatti passare diversi anni, tempo più che sufficiente per il soggetto sottoposto alla misura per mitigare la perdita, avviando per esempio un’attività parallela nel caso del sequestro di un’azienda o costruendo un altro immobile. Questo e altri nodi ancora irrisolti rischiano di vanificare lo scopo principale della confisca: attaccare il potere economico dei clan, privandoli degli strumenti utili al compimento di reati e di quelli usati per inquinare l’economia legale. Secondo esperti del settore ascoltati da IrpiMedia, il «potenziale mostruoso» di cui la normativa dispone è ancora molto lontano dall’essere realizzato.

Due dati su tutti balzano agli occhi: di tutti i procedimenti di sequestro e confisca ne sono stati «annullati o revocati» più di un terzo (36,4%), secondo l’ultima relazione del Ministero della giustizia. Mentre solo il 4% risulta essere andato a buon fine, ossia destinato al riutilizzo.

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