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TUTTI VEGANI

Tra tendenza alimentare e business, la dieta priva di carne e derivati animali spopola e viene introdotta anche da chi non si considera vegano

Nel carrello si ammucchiano buste di affettati, polpette, burger. Una bistecca sotto vuoto. Wurstel. Poi formaggi, creme, yogurt, latte. Tipica spesa da supermercato, tutto confezionato con cura, marchi e tabelle nutrizionali ben in vista. Tutto pronto per finire in padella, se non direttamente nel piatto. Solo che affettati, burger, formaggi e tutto il resto non sono ciò che il nome suggerisce, ma prodotti al cento per cento di origine vegetale: senza traccia di latte, uova o qualunque ingrediente di origine animale.

Anche in Italia i prodotti “vegan” sono entrati nella grande distribuzione organizzata. Non è più necessario cercarli in negozi specializzati e vagamente alternativi. E non sono più necessariamente cibi della cucina orientale come il tofu e altri derivati della soia, arrivati in occidente trenta o quarant’anni fa con le prime diete vegetariane e macrobiotiche. Sui banchi dei supermercati ormai c’è una nuova generazione di “surrogati”: prodotti che sembrano carne, ma non lo sono, sanno di formaggio, ma non nascono dal latte.

“Il cibo vegano è diventato mainstream”, osserva Albino Russo, direttore dell’ufficio studi della Coop. È successo negli ultimi dieci anni. Secondo la società di indagini di mercato Nielsen, che studia i comportamenti dei consumatori incrociandoli con le informazioni riportate sulle etichette dei prodotti che acquistano, nel 2019 l’insieme dei prodotti vegetariani e vegani rappresentava il 5,3 per cento del valore delle vendite della grande distribuzione organizzata, il 4,5 per cento in più rispetto all’anno prima, e la componente principale è quella vegana. Una nicchia, certo, ma significativa. Anche perché “sono i prodotti che crescono più in fretta”, aggiunge il dirigente delle Coop, “e l’industria alimentare se n’è accorta”.

Il paradosso multimiliardario
La corsa a occupare il nuovo mercato dunque è aperta. Le multinazionali agroalimentari, da Nestlè a Unilever, inventano nuove etichette. Anche in Italia, grandi fabbricanti di carne e prodotti caseari hanno cominciato a proporre prodotti surrogati di origine vegetale: in Emilia Romagna c’è addirittura un’azienda che da un lato della strada produce rinomate mortadelle (vere) e dall’altro lato surrogati “vegani” a base di proteine del grano. Intanto si moltiplicano le piccole e medie aziende che lavorano legumi e spezie per trasformarli in cibi pronti di qualità.

“In dieci anni abbiamo visto una trasformazione profonda”, osserva Pompea Gualano, fondatrice dell’agenzia di comunicazione Iwy – Ethical Communication, che ha sede a Milano e promuove consumi vegani. “Siamo passati da un unico tipo di burger vegetale, e neppure tanto appetitoso, a interi scaffali nei supermercati. La scelta è sempre più ampia, e il giro d’affari è multimiliardario”.

Chissà se l’avrebbero mai immaginato i fondatori della Vegan Society, che nel 1944 nel Regno unito teorizzarono “un modo di vivere che escluda ogni forma di sfruttamento degli animali”. I fautori di questa filosofia portavano a conseguenze estreme la scelta vegetariana, escludendo uova e derivati del latte, così come il miele (il nome “vegano” nasce dalla contrazione di vegetariano). E non si limitavano al cibo, perché il rispetto per gli animali implica rinunciare anche a lana, seta, pelli: è uno stile di vita.

Allora il veganismo era una corrente di pensiero quasi esoterica, una sorta di setta. Settant’anni più tardi su questa scelta è cresciuta un’industria multimiliardaria. Forse alla deriva commerciale ha contribuito la stessa Vegan Society, che nel 1990 ha registrato il suo marchio (trademark) e da allora ha certificato più di 47mila prodotti alimentari, di cosmetica e di abbigliamento.

Così oggi siamo di fronte a un paradosso. Quella che in origine era una scelta alternativa radicale ha dato luogo a un mercato che riproduce molti dei meccanismi più perversi del sistema alimentare globale: la grande industria che domina il mercato, lo strapotere della grande distribuzione organizzata, e la prevalenza di prodotti di tipo industriale, sempre più lavorati, sempre meno naturali: d’altra parte serve parecchia tecnologia per trasformare cereali e legumi in qualcosa che sembra carne o formaggio.

Eppure, le persone che si definiscono vegane sono una piccolissima minoranza: appena il 2,2 per cento della popolazione italiana, secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Eurispes (è una stima, ma si basa sul sondaggio più ampio e continuativo disponibile in Italia). Solo se si aggiungono coloro che si definiscono vegetariani arriviamo all’8,9 per cento (in aumento rispetto agli anni precedenti). Ma questa minoranza ha cominciato a influenzare un mercato più vasto.

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